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ITC Falcone
  Enzo Bettiza  
Panorama, 25/11/2002
La grande sfida di Pechino
di Enzo Bettiza
Sale al vertice del partito Hu Jintao e gli imprenditori privati ottengono piena legittimazione. Una svolta attesa, ma epocale. Che avrà conseguenze in tutto il pianeta.
Questo Hu non mi sembra male» disse dieci anni orsono Deng Xiaoping e, immediatamente, si compì il miracolo. Per la prima volta un uomo che non aveva neppure cinquant'anni, un «ragazzo» secondo le rigide categorie anagrafiche della gerontocrazia di Pechino, entrava nel politburo del partito, santuario e serra dei severi «immortali» che governavano allora la Cina. Hu Jintao era un incolore ingegnere idraulico, un burocrate enigmatico che del silenzio aveva fatto la sua massima virtù. Tutti coloro che avevano parlato troppo prima, durante e dopo l'estate del 1989, la tragica stagione di Tienanmen, erano spariti; morto il liberale Hu Yaobang; ridotto a un fantasma privo di identità e di libertà Zhao Ziyang, ex segretario generale del partito. Di Hu Jintao si ricorda soltanto la voce che diede al cannone a Lhasa, capitale del Tibet, dove, come capo del partito locale, ordinò in quel funesto 1989 la repressione violenta dei moti indipendentisti.
Ora, con la celebrazione del XVII congresso comunista, la raccomandazione e la volontà di Deng, che in Cina continuano a dettare legge anche dall'aldilà, sembrano giunte a piena maturazione. Il «giovane sessantenne» Hu succederà a Jiang Zemin nella carica di segretario generale del partito e nella primavera del 2003 assumerà, con ogni probabilità, anche la funzione di capo dello stato. La raffica del grande cambiamento sembra investire il più popoloso e dinamico paese del mondo. I 13 anni di potere quasi assoluto di Jiang Zemin sembrano finire tra luci e ombre. E le luci non sono comunque da poco: chiusura delle polemiche sulle riforme, introduzione del capitalismo e del mercato entro la cornice politica dello stato comunista, apertura delle porte del partito ai «capitalisti rossi» che sono ormai più di 2 milioni contro i centomila del 1998, buoni rapporti con gli Usa e alleanza con Washington nella lotta al terrorismo internazionale.
Sull'altro piatto ci sono le inevitabili pastoie prodotte dal vortice delle trasformazioni socioeconomiche e dalla partecipazione inevitabile della Cina ai processi di globalizzazione. Quindi disoccupazione, deflazione, crisi del sistema bancario, freno delle esportazioni, rallentamento degli investimenti stranieri; insomma, neanche l'immensa Cina schizofrenica, semitotalitaria e semiliberista, riesce a sfuggire agli alti e bassi della congiuntura mondiale complicata, nel suo caso, dal riformismo galoppante nella società e nell'imprenditoria.
Il potere politico, incentrato sempre sul monopolio comunista, presenta nel quadro complessivo diversi aspetti incerti e paradossali. Che farà Hu Jintao, capofila della quarta generazione dopo quelle di Mao, Deng e Jiang? Tirerà o allenterà le redini delle modernizzazioni? Sarà il Gorbaciov di Pechino? Darà libero corso allo slogan sulle «tre rappresentanze», criptica allusione alla necessità di legittimare soprattutto quella degli imprenditori privati?
Ma che farà, al tempo stesso, Jiang Zemin? Andrà davvero in pensione oppure, come Deng, manterrà il controllo dell'onnipotente commissione militare del comitato centrale e gestirà da dietro le quinte i trapassi di potere? In altre parole: alla Cina riformata, che da un lato si apre al mondo e all'aziendalismo, continuerà ancora sempre a rispondere dall'altro una dittatura politica antiquata, chiusa, misoneistica, basata sulla corruzione oligarchica e i nepotismi più o meno ideologici?
Tutte domande che avrebbero senso relativo se applicate alla modesta realtà comunista di un Vietnam o di una Corea del Nord. Assumono invece un senso enorme, per non dire abnorme, se applicate a un subcontinente monopartitico di 1,3 miliardi di individui. La Cina odierna non lotta più solo contro le sue miserie millenarie, le sue umiliazioni storiche, i profondi squilibri sociali ed economici tra città abbienti e campagne povere; lotta anche per la supremazia politica in Asia e nel mondo. È probabile che il giorno in cui terminerà la sfida del terrorismo islamico alle civiltà non islamiche comincerà la più legittima e più convenzionale sfida della Cina al Giappone, all'India, alla Russia e all'America. Ecco perché le molte domande che fin da ora ci pone il cambio della guardia a Pechino s'inseriscono in una prospettiva particolare.
Quando, a un certo momento del Duemila, scatterà la sfida di circa 2 miliardi di cinesi, la Cina sarà ancora totalitaria o quasi democratica? La risposta che ci darà il futuro non sarà priva d'importanza per le sorti del pianeta.